
Pietro Cadelli si è formato tra lingue e mondi lontani prima di trovare, nella poesia, il luogo dove farli convivere. Laureato in Tedesco e Francese all’Università cattolica di Milano, ha proseguito lo studio delle lingue orientali con un diploma di giapponese al Cesmeo di Torino e un periodo di frequenza all’Università di Lingue Straniere di Pechino. Più tardi, a Murcia, ha conseguito un Master in Psicologia Sociale, portando nel proprio percorso anche lo sguardo sulle dinamiche
profonde che muovono gli individui e le comunità.
Il suo è stato un cammino fatto di soglie attraversate: ha lavorato per una cooperativa internazionale in Camerun, ha insegnato francese nelle scuole superiori italiane e cinese in Spagna, e ha vissuto un soggiorno breve ma intenso come monaco buddista in Giappone — un’esperienza che ha lasciato un’impronta duratura sul suo modo di guardare al linguaggio e al silenzio. Da anni scrive poesia, finora rimasta inedita, e questo libro rappresenta il primo affioramento pubblico di un lavoro silenzioso e costante. Parallelamente, si è dedicato alla scrittura di un romanzo, Il muro di Mallare, ambientato nella Resistenza in Liguria e raccontato dal punto di vista di un ufficiale tedesco, sulla base di memorie a cui ha potuto accedere direttamente.
“La poesia serve a svelare che, oltre — o al di sotto — del linguaggio quotidiano, esiste un altro linguaggio, sepolto sotto la superficie consunta delle parole che usiamo per comunicare, contrattare, informare. In quel linguaggio altro le parole non sono strumenti di scambio, non circolano come merci tra chi le possiede e chi le riceve, ma sono piuttosto gesti di radicamento e di apertura: affondano, prima ancora di dischiudersi. Poiché solo chi ha radici può dischiudersi — solo chi si è lasciato attraversare da una terra, da una lingua che lo precede e lo eccede, può davvero aprirsi a ciò che non possiede ancora — solo chi ha radici distilla, lentamente, con la pazienza di chi non ha fretta di produrre senso, e solo chi ha radici sogna, perché il sogno stesso è una forma di radicamento nel tempo che non si lascia catturare dall’istante. Per questo la poesia non vale quasi più la pena, ora che le parole sono divenute merce — oggetti che si scambiano per il loro valore, non per la loro verità — o informazione, che è a sua volta, ormai, soltanto un’altra forma di merce: un flusso che si consuma nell’atto stesso di essere trasmesso, senza lasciare radice, senza lasciare dimora.“

