
Nato a Milano nel 1992, Alberto Riva è un velista oceanico e ingegnere fisico, protagonista di una nuova generazione di navigatori che coniugano competenze tecniche avanzate e visione sportiva. Cresciuto in una famiglia appassionata di vela, muove i primi passi in mare fin da bambino e, durante l’adolescenza, scopre la classe Mini 6.50, sviluppando l’obiettivo di partecipare alla Mini-Transat, una delle regate oceaniche più impegnative in solitario.
Parallelamente agli studi al Politecnico di Milano, dove si laurea, Riva costruisce un percorso professionale che integra vela e tecnologia, specializzandosi nell’elettronica di bordo e nell’analisi delle performance. Queste competenze lo portano a collaborare con alcuni dei principali protagonisti della vela oceanica italiana, tra cui Giovanni Soldini e Ambrogio Beccaria, partecipando a progetti di alto livello internazionale.
Nel 2019 e 2020 si afferma nella Classe Mini 6.50, conquistando importanti vittorie e il titolo di Campione Italiano, fino al risultato di rilievo alla Mini-Transat 2021, dove conclude al secondo posto assoluto: uno dei migliori piazzamenti mai ottenuti da un italiano all’esordio. Questo traguardo segna l’avvio di un percorso nelle classi oceaniche superiori, in particolare nella Class40, lanciando il suo ambizioso progetto di Acrobatica in questa classe e partecipando a varie competizioni internazionali, in solitario e in equipaggio ridotto.
Reduce da un secondo posto alla Niji40 e della vittoria della Atlantic Cup 2024 e nel luglio del 2024, Riva è protagonista della Québec–Saint-Malo, durante la quale una collisione in pieno Atlantico provoca la perdita dell’imbarcazione, segnando un momento critico ma decisivo nel suo percorso umano e sportivo.
Nel 2025-26 torna rapidamente all’attività agonistica nella Class40 e prende parte a nuovi progetti innovativi, tra cui anche il progetto IMOCA di Ambrogio Beccaria Allagrande Mapei Racing con sede operativa in Bretagna.
In oceano, da soli, la barca si ascolta prima ancora di vederla: il vento, lo scafo, gli strumenti. Attraverso il racconto delle sue regate in solitaria, esplora la navigazione come esperienza di tutti i sensi e come improvvisazione jazz: c’è uno spartito, fatto di rotta e meteo, ma poi si suona a orecchio. Fino alla tecnologia che oggi insegna alle barche a vedere e a sentire.
“Ho detto subito sì a Sinestesie perché navigare è di per sé un’esperienza sinestetica: in oceano la barca la ascolti, la senti sulla pelle, la leggi negli strumenti. E somiglia molto al jazz: c’è uno spartito, la rotta, la meteo ma poi si improvvisa. Raccontarlo a Varazze, in un festival che mescola sensi e linguaggi, mi sembra il posto giusto.“
